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Psicoterapia breve strategica: che cos’e’ e in cosa consiste

Psicoterapia breve strategica

Oggi il bisogno dello psicologo/psicoterapeuta è in costante crescita e ciò non è un fatto casuale, ma deriva dalla precarietà che hanno assunto nel tempo le strutture portanti per un sereno sviluppo psicologico, quali:

  • la famiglia (sempre piu’ disgregata e con un incremento vertiginoso delle separazioni);
  • la scuola (che con i Decreti Delegati applicativi dagli anni Settanta ha fatto perdere la leadership e l’autorevolezza al corpo docente);
  • la Chiesa (che nella sua istituzionalità rigida, non sempre tiene il passo coi tempi).

Spesso, il medico curante si trova di fronte a sintomi di tipo organico che, di fatto, sono disturbi derivanti da problemi affettivi ed emotivi.

E’ ben noto che la gastrite, la colite, la cefalea e tanti altri rientrano, secondo la nuova classificazione, nei “disturbi psicosomatici”.
Certi pazienti non possono permettersi di affrontare “psicoterapie lunghe”, anche perché oltre alla difficoltà economica, necessitano di un intervento immediato, urgente consapevoli che il risultato finale non sarà così radicale, come quello derivante da un percorso psicoterapeutico classico, al di là se l’approccio sia cognitivo - comportamentale, rogersiano, gestaltista, lacaniano, relazionale e altri.

In una “psicoterapia breve” sono tre gli elementi portanti: la limitazione del tempo, l’impostazione di un rapporto attivo con un feedback quasi sempre immediato, e l’utilizzo di una tecnica abbastanza flessibile.
Uno degli studiosi piu’ autorevoli di questo tipo di psicoterapia è stato James Mann, il quale ha affermato che l’obiettivo da raggiungere in questo percorso è quello di portare il paziente alla “conoscenza di sé”, cioè metterlo in condizione di acquisire la consapevolezza dell’origine e dei meccanismi dei propri comportamenti e dei propri atteggiamenti. In termini specialistici, ciò si definisce “insight”.

Dovendo limitare il tempo, bisogna fare presto “la diagnosi” stabilendo se il soggetto che si ha di fronte è adatto per questo tipo di approccio, e immediatamente dopo, valutare la tecnica da seguire. In questo contesto, non va affrontato un problema riguardante i “disturbi” o i “quadri clinici” più o meno adatti ad un percorso breve, ma bisogna soffermarsi su un problema di “specifiche condizioni”, alle quali applicare questa tecnica.

Il professor Edmond Gillieron, dell’Università di Losanna, negli anni ottanta riconobbe tre punti fondamentali per proporre una psicoterapia breve: la motivazione del paziente, la forza del suo Io, la possibilità di eseguire un cammino di “messa a fuoco”.

 La “motivazione”, intesa qui come “il desiderio di guarire” non deve essere intesa solo, come spesso accade, nell’”andare a parlare” e, senza sforzo alcuno, quasi per magia, risolvere i propri problemi ed i propri disagi. Il successo di questo percorso dipende, prevalentemente dalla volontà del paziente di cambiare, di assumersi le sue responsabilità e di accettare di mettersi in discussione.

La “forza dell’Io”, cioè la parte sana, consente al terapeuta di identificare la capacità che il soggetto già possiede di affrontare la realtà, sopportare le frustrazioni, cogliendo con piacere, malgrado il suo disagio, la relazione con il mondo esterno. Per valutare se il paziente è adatto si possono fornire delle “interpretazioni di prova a fatti casuali” e, dalle risposte che egli esprime valutare la personalità, nonché le sue resistenze al cambiamento ed alla collaborazione.

La “messa a fuoco” consiste nel racchiudere i suoi conflitti e le sue problematiche, centrando il processo terapeutico in un’ipotesi psicodinamica semplice e chiara.
Mentre nella “psicoanalisi” l’atteggiamento neutrale dell’analista rappresenta il “fulcro” della cura, nella “psicoterapia breve” il terapeuta interagisce col paziente in modo diretto ed immediato tenendo presente uno scopo o “punto focale”. Egli deve escludere tutto il resto ed intervenire con cautela, spiccata attenzione e l’utilizzo di interpretazioni parziali.

Va sottolineato che il terapeuta, parte sempre dai contenuti proposti dal paziente seguendo una interpretazione come supposizione di possibili significati da riproporre. Quando il paziente porta contenuti sempre nuovi – fenomeno di resistenza – sta a significare che egli vuole evitare la “presa di coscienza” di materiale doloroso ed il terapeuta, in questo caso, ha il dovere di “fermarsi” ed accogliere l’evasione, in quanto il paziente sta comunicando che “non gliela fa ancora”.

Nella “psicoterapia breve” lo sviluppo di manifestazioni regressive di attaccamento, come il “transfert” va evitato attraverso l’analisi della realtà, dell’hic et nunc (qui ed ora), rafforzando quel confronto “faccia a faccia” che non pone il terapeuta in una posizione di leadership tipica del “paziente sul lettino”.

Il problema del tempo va ben definito senza generare ansia, e laddove è necessario si può affiancare a questo tipo di intervento qualche tecnica distensiva come il “training autogeno”.
Riguardo al risultato di questo tipo di trattamento ha una larga applicazione in molte situazioni psichiche e rafforza, comunque le difese del soggetto ed il suo modo di relazionarsi, tuttavia, resta un metodo riduttivo visto la temporalità di intervento e l’esplorazione ridotta del suo mondo inconscio.

Dr.ssa Maura Livoli
Psicologa, psicoterapeuta, sessuologa, psicoanalista

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